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Introduzione al counselling cognitivo relazionale

Cos'è il counselling? Quando, dove e con chi si pratica?

Il counselling è uno strumento relazionale per aiutare le persone ad aiutarsi. Il counsellor è la figura professionale che attraverso le proprie conoscenze e competenze è in grado di favorire la ricerca di soluzioni a un quesito che crea a un individuo o a un gruppo di individui un disagio psicologico e relazionale la cui entità non comporti un intervento psicoterapeutico: il counselling è possibile solo dove vi siano le premesse cognitive e relazionali per affrontare il proprio progetto personale, familiare o di gruppo. Se tali premesse devono essere costruite, si impone un intervento psicoterapeutico, capace di ricondurre individuo, gruppo o famiglia a quella lucidità cognitiva necessaria per affrontare le relazioni in modo cooperativo.[1]

 [1] Con questo non s’intende dire che la psicoterapia sia un passaggio obbligato per accedere a un counselling e nemmeno che dopo una psicoterapia la persona avrà ancora bisogno di un counsellor. Si intende dire che lo psicoterapeuta e il counsellor intervengono se necessario in momenti diversi, in risposta a bisogni diversi. Il primo interviene quando esiste una tale confusione cognitiva e emotiva da impedire la relazione cooperativa e quindi la produzione di alternative; il secondo quando, sussistendo le premesse di una relazione cooperativa, la persona abbia bisogno di un sostegno e di un riferimento per individuare obiettivi e perseguirli. 

L'intervento di counselling può essere definito come la possibilità di offrire un orientamento o un sostegno non direttivo a singoli individui o a gruppi, favorendo lo sviluppo e l'utilizzazione del loro potenziale. Molti individui in qualche periodo della loro vita cadono in uno stato di insicurezza, dubbio e helplessness e non riescono ad uscirne senza l'aiuto di una persona esterna ed abilitata. Il counselling è particolarmente utile in questi momenti di crisi o cambiamento, dopo un incidente grave, nella gestione del lutto, nella disabilità, in una malattia terminale, nella perdita di lavoro o di un familiare, in problemi coniugali o nella rottura di altri legami significativi i quali possono scombussolare un normale ritmo/pattern di vita. Le persone non sempre riescono a rispondere in modo adeguato a queste situazioni o a adattare il loro modo di vivere alle nuove circostanze.
 

Il counselling può essere applicato a individui, coppie, famiglie o gruppi e può essere utilizzato in contesti ed ambienti diversi. Tuttavia in tutt'e tre gli ambiti, comunitario, socio-lavorativo e socio-sanitario il counsellor è innanzitutto non-direttivo. L’obiettivo principale è quello di stimolare una consapevolezza nell’utente riguardo alle proprie risorse, promuovere la costruzione di nuove letture e quindi creare nuovi scenari e possibilità evolutive. Non utilizza il consiglio come intervento ma le domande guida, non assume la responsabilità per le scelte del cliente ma piuttosto si limita a fornire informazioni e orientamento. 

L'orientamento, per esempio, può essere utile a livello scolastico, per la formazione, per le scelte occupazionali e vocazionali, nell'educazione alla salute e nel fornire informazioni riguardo alle opportunità disponibili per i disabili, i disoccupati, gli immigrati e richiedenti asilo.

Altri gruppi con bisogni particolari di counselling includono i giovani adulti nel passaggio dalle scuole inferiori alle superiori o al mondo di lavoro; le persone con svantaggio sociale, persone con comportamenti delinquenziali, antisociali o di tossicodipendenza, gli anziani e i malati terminali. Il counselling viene anche richiesto da gruppi di persone o comunità di pratiche che collaborano per raggiungere obiettivi comuni (équipe di lavoro, squadre sportive, aziende). In questo senso il counsellor è un facilitatore dell'ottimizzazione della prestazione che cerca la normalità invece che la patologia e aumenta l'efficacia del comportamento operativo e funzionale della persona.

All'interno di comunità quali ospedali, scuole, università, aziende, comunità religiose, l'intervento di counselling è mirato da un lato a risolvere nel singolo individuo il malessere psicologico esistenziale o il disagio emotivo che ne compromettono un’espressione piena e creativa, dall'altro a inserirsi come elemento facilitante il dialogo tra la struttura e la persona.

 


 

Il modello di counselling cognitivo relazionale

Secondo il modello cognitivo relazionale, le persone si gestiscono nella vita attraverso la costruzione di rappresentazioni, letture e narrative che vengono condivise e consolidate nella relazione con l'altro. Di fronte a un ostacolo l'individuo descrive la propria situazione per poi affrontarla utilizzando la descrizione stessa, condividendola con persone di fiducia. Le strategie relazionali (frutto della nostra descrizione e valutazione cognitiva) che vengono così perfezionate nel tempo dovrebbero essere funzionali al raggiungimento degli obiettivi condivisi e al superamento degli ostacoli. Quando l'individuo non riesce a raggiungere un obiettivo, quando si trova in impasse, non riesce a risolvere il problema o a gestire la situazione da solo o con le persone vicine, può rivolgersi al counsellor.

Il counsellor è solo uno strumento per favorire il recupero di risorse e strategie di sviluppo del cliente. Per questo motivo il counsellor deve credere nell'esistenza del potenziale insito in ogni essere umano; deve essere convinto che ognuno è in grado di risolvere i propri problemi e può conoscere le condizioni necessarie per ottimizzare questo potenziale.

Oltre a massimizzare le potenzialità dell'individuo stimolando così le sue capacità e attivando le sue risorse, il counsellor cognitivo relazionale attiva un processo di decostruzione e ricostruzione di 

rappresentazioni cognitive ed emotive, letture e narrative del cliente a lui non funzionali, orientandolo con le «domande guida» alla valutazione del problema in termini più utili alla generazione di strategie alternative e infine al raggiungimento dell'obiettivo. In tutti i casi sarà sempre il cliente che sceglierà quale strategia utilizzare e quale soluzione vada bene per lui.

Il counsellor deve stimolare la valutazione approfondita da parte dell’utente riguardo i relativi vantaggi e svantaggi di ogni sua scelta o decisione senza orientarlo verso una scelta piuttosto che l’altra, credendo di sapere ciò che è meglio per lui. Deve limitarsi a rendere il cliente consapevole delle conseguenze delle sue scelte e fornire e valutare tutti i particolari necessari per permettergli di sviluppare una decisione informata e consapevole. Sarà l’utente a decidere se gli svantaggi superano o meno i vantaggi di una data strategia relazionale o di una particolare scelta di vita. 

Il counsellor in nessun modo cercherà di sostituirsi nelle decisioni del cliente ma al contrario, condividerà la convinzione che il cliente abbia i mezzi per trovare la via d'uscita, responsabilizzerà l'individuo nelle sue scelte, facendo emergere le risorse esterne e interne, la voglia di tentare nuove strade, promuovendo così nuovi successi e il recupero dell'autostima, attivando un circolo virtuoso.


 

Il lavoro su sé stesso del counsellor

Per raggiungere questo scopo, il counsellor cognitivo relazionale deve, ancora prima di entrare in relazione con il suo cliente, prepararsi con un lavoro approfondito su sé stesso. Le stesse conoscenze che applicherà nella relazione d'aiuto con l'altro, sulle condizioni necessarie per massimizzare il potenziale dell'individuo nell'affrontare situazioni complesse, dovranno essere utilizzate nella propria preparazione come counsellor.  

L'atteggiamento del counsellor cognitivo relazionale dev'essere di consapevolezza e d'umiltà; anche se è convinto che tutte le persone abbiano le risorse per agire e sopravvivere, sarà altrettanto convinto che nessuno possessa la verità ma che ognuno debba trovare la propria strada all'interno dei vincoli psicologici, sociali e biologici della vita. Il counsellor cognitivo relazionale dev'essere consapevole che egli stesso è guidato dalle proprie rappresentazioni e dai propri pregiudizi. Pertanto il lavoro di auto-osservazione e autocritica, il conoscere

in modo approfondito le proprie teorie e narrative e il riconoscere le proprie strategie relazionali, diventano elementi fondamentali per diventare egli stesso uno strumento d'aiuto.

Il concetto base del modello cognitivo relazionale è che gli esseri umani «funzionano» attraverso le loro rappresentazioni cognitive che servono come lente, come lettura e mappa della realtà che devono gestire. Le nostre rappresentazioni cognitive, quindi, sono viste come strategie fra le più evolute dell'uomo per sopravvivere, per risolvere i problemi, per gestirsi nel mondo. In particolare, in qualsiasi relazione di aiuto in cui la parola abbia priorità, le rappresentazioni e il modo in cui vengono utilizzate nelle relazioni diventano una risorsa importante. In questo caso la relazione diventa anche una palestra nella quale si può sperimentarsi, esplorare e costruire le proprie rappresentazioni, verificandone l'utilità, mantenendo una posizione non giudicante.


 

Dal cognitivismo alla narrativa

Vedremo di seguito - nella cornice della teoria della complessità postmoderna - l'evoluzione delle teorie cognitive comportamentali e le teorie sistemiche verso il costruttivismo, il costruzionismo sociale e la teoria della narrativa.

Il principale cambiamento di ottica nell’evoluzione dal comportamentismo, all’approccio cognitivo comportamentale fino all’orientamento cognitivo relazionale consiste nella visione della centralità dell’uomo rispetto all’ambiente nel quale è inserito: da una concezione che postula l’essere umano come reattivo all’ambiente, ad un’altra che lo vede co-costruttore del suo ambiente. Da un quadro di riferimento epistemologico del metodo scientifico, in cui l’osservatore assumeva un ruolo oggettivo e quindi di esperto delle teorie sul comportamento dell’altro, a una cornice postmoderna nella quale l’osservatore, parte integrante della complessità, si considera come parte di ciò che osserva.

Nella teoria sistemica questo ha significato uno spostamento da parte dell’operatore, dall’osservare il sistema (per esempio familiare) e generare ipotesi operative sul suo funzionamento - al di fuori del proprio effetto sul sistema - al considerare l’operatore parte intrinseco del sistema osservato. Oggi nel cognitivismo relazionale l’auto-osservazione è il primo passo nella relazione d’aiuto, l’osservazione delle proprie rappresentazioni e l’osservazione del proprio effetto nella relazione con l’altro in modo circolare e reciproco.

Cognizioni, relazioni e contesto sociale interagiscono con reciprocità. Le rappresentazioni - e più in generale i significati - pur essendo individuali, vengono stimolate e consolidate dalle relazioni significative attorno alla persona, in primo luogo dalla propria famiglia e di seguito nelle relazioni fra coetanei, nelle interazioni all'interno di istituzioni come la scuola e nella società in termini di cultura, influenze sociopolitiche e legislative, ecc. Lo studio dello sviluppo delle rappresentazioni individuali viene denominato «costruttivismo», mentre lo studio dell'influenza delle relazioni e del sociale sullo sviluppo delle rappresentazioni viene denominato «costruzionismo  sociale». L'interesse per l'uso del linguaggio e in particolare per lo sviluppo delle narrative sia individuali che sociali è ben rappresentato dalla teoria della narrativa che unisce

il costruttivismo e il  costruzionismo sociale nel concetto fondamentale dell'utilità delle narrative per la risoluzione dei problemi a prescindere dall'importanza o preponderanza data all'individuo o alla società nella costruzione di esse.

Nell'attuale cornice postmoderna dell’orientamento cognitivo relazionale, il costruttivismo e il costruzionismo sociale contribuiscono all'idea che le persone descrivano la loro realtà sociale, condividano o meno queste descrizioni, co-costruendo in un processo circolare la realtà stessa.

La teoria della narrativa sottolinea come le storie che raccontiamo e le letture che attribuiamo alle situazioni vissute siano una parte fondamentale nel processo di gestione delle difficoltà che emergono a ostacolare i nostri obiettivi. Il linguaggio e le rappresentazioni cognitive diventano lo strumento più evoluto di risoluzione dei problemi della specie umana e infine viene riconosciuto il valore fondamentale delle nostre rappresentazioni nella gestione di noi stessi nella vita. Chiaramente le nostre rappresentazioni cognitive, le descrizioni della realtà sociale e le teorie intellettive emergono in un contesto sociale e culturale e le nostre idee, apparentemente individuali e personali, vengono consolidate in relazione con altri e vincolate dalle realtà sociali esistenti.

La teoria sistemica e quella della complessità sono state elementi complementari all'evoluzione del modello cognitivo relazionale in quanto hanno fornito l'anello mancante, quello dell’aspetto interattivo del sistema vivente e complesso. Nello stesso modo in cui il cognitivismo si sviluppa nel costruttivismo, la sistemica evolve nel costruzionismo sociale; e la teoria della complessità ci ricorda che il totale è qualitativamente altro dalla somma delle parti e che l'essere umano è un sistema complesso e quindi non riducibile alle teorie meccanicistiche causali e lineari della scienza classica, che resta invece funzionale allorché si tratta di affrontare variabili non complesse. La teoria della narrativa all'interno della cornice postmoderna ci ricorda che le nostre mappe non sono il territorio, che l'osservatore fa parte di ciò che osserva e che la realtà sociale viene co-costruita dalle nostre descrizioni condivise.


 

La formazione: teoria, pratica e auto-osservazione

La formazione del counsellor cognitivo relazionale, in particolare il lavoro su sé stesso, dovrebbe condurlo a un'umiltà nel suo giudizio verso gli altri, con consapevolezza critica dei propri limiti e delle proprie teorie, una sincera curiosità verso le persone che in un momento di smarrimento della vita attuano delle strategie o comportamenti difficili da comprendere, e soprattutto una grande fiducia nella specie umana e nelle sue capacità di sviluppo. Infine, acquisite le teorie soprammenzionate e con una sufficiente pratica nella tecnica di colloquio, il counsellor cognitivo relazionale è in grado di costruire una relazione d'aiuto sia individuale, familiare o di gruppo, nell'ambito specialistico da lui scelto.